«Un uomo colto, un europeo dei nostri giorni, può credere, credere proprio, alla divinità del Figlio di Dio, Gesù Cristo?»

«Un uomo colto, un europeo dei nostri giorni, può credere, credere proprio, alla divinità del figlio di Dio, Gesù Cristo?»[1]. Questa domanda è sempre nuova. Malgrado sia abbastanza familiare, non si può dare per scontata. Questa frase di Dostoevskij è sempre una provocazione: è molto pertinente al momento storico che viviamo, perché, anche se cambiano le epoche e le situazioni, la scommessa per la verifica della fede cristiana – della sua capacità di essere percepita come risposta al dramma dell’uomo – resta attuale.
Le parole che papa Leone ha rivolto ai genitori delle vittime di Crans Montana racchiudono già tutta la questione:«La vostra speranza non è vana, perché Cristo è risorto». Questo ha ancora spazio? Attecchisce nel profondo del nostro io?
La sfida di Dostoevskij è per noi, per un europeo dei nostri giorni, un uomo, una donna, consapevole di tutta la capacità della sua ragione, del suo desiderio di libertà, del suo bisogno di affezione: un uomo, una donna, che non rinunciano a niente del loro umano. Quindi, occorre essere veramente coscienti di sé per poter verificare se Gesù Cristo è all’altezza della propria natura di uomini.
Don Giussani sfidava gli studenti, fin dalle prime ore di scuola, con queste parole: «Non sono qui perché voi riteniate come vostre le idee che vi do io, ma per insegnarvi un metodo vero per giudicare le cose che io vi dirò. E le cose che io vi dirò sono un’esperienza che è l’esito di un lungo passato: duemila anni»[2].
L’annuncio di cui parla il Papa ha duemila anni. Ma tutti sappiamo che, in questo momento storico, non basta una ripetizione meccanica dell’annuncio cristiano, non basta ridirlo con devozione per sentirlo veramente pertinente alle sfide del vivere.
Per questo, don Giussani ha preso fin dall’inizio “il toro per le corna”, per invitare i suoi studenti a verificare quello che avevano ricevuto, come lo abbiamo ricevuto noi, dalla tradizione. Era convinto che solo l’uomo avrebbe potuto vedere quello che era il suo grande desiderio mostrare a tutti: «La pertinenza della fede alle esigenze della vita»[3]. Questo c’è in gioco per noi quando riceviamo un contraccolpo come quello d’inizio anno, con i fatti di Cras Montana, e che riceviamo di continuo.
Per questo Giussani, dal primo istante, aveva accettato la sfida di Dostoevskij, per sé prima di tutto: «Per la mia formazione in famiglia e in seminario prima, per la mia meditazione dopo, mi ero profondamente persuaso [se non arriva fino alla persuasione, alla convinzione profonda, non potremo rispondere alla sfide del vivere] che una fede che non potesse essere reperta e trovata nell’esperienza presente [non come un devoto ricordo del passato], confermata da essa [quando uno ha la conferma della verità della fede nell’esperienza presente], utile a rispondere alle sue esigenze, non sarebbe stata una fede in grado di resistere in un mondo dove tutto, tutto, diceva e dice l’opposto»[4]. Quando Giussani ha detto queste parole, eravamo ancora molto lontani dal vedere quello che vediamo adesso; lui ha anticipato con una consapevolezza veramente geniale qual era la questione. Quindi, proprio per questa consapevolezza che aveva, ci ha offerto gli strumenti per affrontare la sfida, perché queste parole, ridette dal Papa ai nostri amici genitori delle vittime, possano essere talmente vere e reali da rispondere al dramma che vivono, e che tutti viviamo con loro.
Nessuno può fare la verifica della fede al posto di un altro, chiunque egli sia. È chiamato in causa ciascuno, in prima persona. Altrimenti, lo sappiamo bene, quando la sfida bussa alla nostra porta la fede non sarà abbastanza persuasiva. Forse non ci allontaneremo formalmente dalla Chiesa, ma non sarà un’esperienza decisiva per la vita. Prevarrà altro, di più interessante, come capita spesso; dobbiamo distrarci, lasciare entrare altri pensieri, perché altrimenti è troppo insopportabile.
Per questo, l’annuncio cristiano sarà preso sul serio – oggi, in questa situazione storica, con la sfida che dobbiamo affrontare quotidianamente – solo da chi ha l’urgenza di trovare una risposta all’altezza della sua esigenza. Perciò avere consapevolezza di sé, del dramma che ciascuno vive, non è una premessa culturale per poi passare all’aspetto devozionale, teologico, ma è l’invito a prendere coscienza di sé e del proprio dramma per verificare se è ragionevole – oggi – credere proprio alla divinità del figlio di Dio, Gesù Cristo, come dice Dostoevskij.
Il dramma dell’uomo contemporaneo
Dai tempi di Dostoevskij a oggi, il dramma dell’uomo è rimasto sostanzialmente intatto, non è affatto venuto meno. Ha tratti particolari, di volta in volta, ma di fondo resta tale e quale. Anzi, lo smarrimento in cui si trovano tanti dei nostri compagni di cammino – noi per primi, non ne siamo esenti – conferma l’attualità della questione. Qualsiasi sia la spiegazione dello smarrimento, esso costituisce il dato più clamoroso del nostro tempo. Tanto è vero che lo spaesamento domina ovunque. E spesso, non trovando una risposta soddisfacente, diventa solo rassegnazione o accomodamento, per cercare di sopravvivere nella precarietà attuale. “La vita è così”, è una delle frasi più gettonate di questi tempi. Un tentativo di giustificare il nostro accontentarci. Diciamo: “Tanto non cambia niente, lo sappiamo…”. Ci convinciamo che, siccome la sfida è troppo grande, l’unica soluzione è rimpicciolirci, accontentandoci con piccole gratificazioni a portata di mano – lo shopping, passare da una cosa all’altra o da una relazione all’altra, aspettare il weekend, guardare qualche serie di Netflix, distrazioni varie… Ognuno sa quali sono le strategie che usa per non sentire il vuoto.
Ma questi tentativi di ammorbidire, di attutire il dramma quotidiano documentano che l’uomo non si accontenta mai! Sono tentativi inutili. Proprio in questa situazione dominante, emerge sempre più imponente la nostra irriducibilità. Per questo dobbiamo trovare sempre altri modi per rispondere all’emergere costante di questa irriducibilità.
Ed è forse questo il dato più sconvolgente del nostro tempo: malgrado tutto, quello che non viene meno è la percezione di noi stessi, con tutto il dramma del vivere, con tutta l’esigenza che sorprendiamo vibrare dentro di noi. I tentativi si moltiplicano in modo esponenziale, ma nessuno di essi riesce a far tacere il grido che emerge dal nostro intimo.
«La maggior parte di noi – osservava Martin Buber – giunge solo in rari momenti alla piena coscienza del fatto che non abbiamo assaporato il compimento dell’esistenza, che la nostra vita […] è vissuta per così dire ai margini dell’esistenza autentica. Eppure, non cessiamo mai di avvertire la mancanza, ci sforziamo sempre, in un modo o nell’altro, di trovare da qualche parte quello che ci manca»[5]. Per questo, i tentativi si moltiplicano.
È la stessa consapevolezza con cui Ratzinger, paradossalmente – è una fortuna che ci sia lui a ricordarcelo –, percepiva la situazione che viviamo come un’occasione favorevole per la fede. «Come mai la fede ha ancora successo? Direi perché essa trova corrispondenza nella natura dell’uomo […]. Nell’uomo vi è una inestinguibile aspirazione nostalgica verso l’infinito. Nessuna delle risposte che si sono cercate è sufficiente; solo il Dio che si è reso finito, per lacerare la nostra finitezza e condurla nell’ampiezza della sua infinità, è in grado di venire incontro alle domande del nostro essere. Perciò anche oggi la fede cristiana tornerà a trovare l’uomo»[6].
Ma qual è la condizione per cui la fede, l’annuncio cristiano, che tante volte abbiamo sentito e ripetuto, possa tornare a «trovare» ciascuno di noi?
Don Giussani ne è stato sempre e a tal punto consapevole che, nel libro All’origine della pretesa cristiana, ci ricorda fin dalle prime righe che nulla è più importante per cominciare ad affrontare la natura dell’avvenimento cristiano «della domanda sulla reale situazione dell’uomo. Non sarebbe possibile rendersi conto pienamente di che cosa voglia dire Gesù Cristo, se prima non ci si rendesse ben conto della natura di quel dinamismo che rende uomo l’uomo. Cristo, infatti, si pone come risposta a ciò che sono “io” e solo una presa di coscienza attenta e anche tenera e appassionata di me stesso mi può spalancare e disporre a riconoscere, ad ammirare, a ringraziare, a vivere Cristo. Senza questa coscienza anche quello di Gesù Cristo diviene un puro nome»[7].
Tutta la strada da fare come uomini per verificare, fino in fondo, se la fede è in grado di rispondere a questa drammaticità – qualsiasi percorso uno faccia, per esempio se adesso uno inizia il percorso di All’origine della pretesa cristiana – non dipenderà dal fatto di sapere tutti i passaggi del libro; la verifica la faremo, alla fine del percorso, se Gesù Cristo sarà meno un «puro nome». Possiamo ripetere tutte le frasi e Cristo continuare a essere un «puro nome» – detto devotamente, per carità, ma un «puro nome» –, che non cambia la vita, che non risponde alle esigenze. Lo vediamo perché cerchiamo altrove la risposta al dramma.
Per persuadersi occorre l’esperienza della propria umanità, ci ricorda Giussani. Tante volte, invece, per noi questo è un fattore da eliminare. Anni fa, un prete in America Latina mi raccontava che in seminario si era sempre sentito dire che occorreva dimenticarsi di sé, lasciar fuori il proprio io. Per questo, lo colpiva così tanto che don Giussani dicesse il contrario: quello che manca è l’io, è l’umano. Perché si accorgeva che, senza l’umano, non avrebbe potuto percepire chi è Gesù Cristo. Ma è una mentalità talmente radicata dentro di noi che continuiamo a pensare che tutte queste sfide, queste provocazioni della vita, siano da eliminare, siano una disgrazia, non la possibilità di vedere che Cristo è più di un «puro nome».
Solo così è possibile verificare che la fede cristiana può ancora «trovare» l’uomo, ciascuno di noi.
Ma è una tentazione sempre attuale. Per questo, mi ha colpito tantissimo una frase di Simone Weil: «Anche nella vita privata ognuno di noi è sempre tentato di porre le proprie mancanze, in certo senso, fra parentesi; di collocarle in qualche ripostiglio, di trovare un modo di calcolo dove esse non contino [non disturbino, non rompino le scatole]. Cedere a questa tentazione [guardate che consapevolezza aveva Simone Weil] vuol dire rovinarsi l’anima: è la tentazione che più di ogni altra bisogna vincere»[8].
Non penso che possiamo incominciare la Quaresima, prendendo consapevolezza di cosa c’è in gioco, meglio che con questa frase di Simone Weil. Voler mettere l’umano da parte è la tentazione che più di ogni altra bisogna vincere. Perché se lo metto «tra parentesi», allora non potrò vedere chi è Cristo, non potrò riconoscere la Sua portata per la vita. Quindi, a chi pensa che basta mettere la propria umanità «in qualche ripostiglio» per risolvere la questione, sarà l’esperienza stessa a convincerlo di non potersi illudere, di non potersela cavare con questa strategia a lungo, come sappiamo per esperienza. E come dimostra la vicenda del figliol prodigo, che ha voluto cercare la propria risposta dove immaginava di poterla trovare. La bellezza di quella parabola è che il padre non ha avuto nessuna paura, gli ha dato la parte di eredità, senza battere ciglio: «Vai! Vai e verifica! Perché preferisco avere un figlio convinto, che ha capito che non deve stare a casa solo per moralismo, altrimenti sbaglia, ma in fondo con il rimpianto! Come l’altro figlio, che recrimina di non aver avuto nemmeno un capretto… Vai! E verifica se puoi trovare altrove quello che cerchi».
Questo ci farà scoprire la mancanza che sperimentiamo, che non è semplicemente qualcosa di aggiunto. Uno sguardo acuto come quello di Jean-Paul Sartre ci aiuta a capire la profondità della vicenda: «Che la realtà umana sia mancanza basterebbe a provarlo l’esistenza del desiderio come fatto umano». Il fatto che noi desideriamo così potentemente è il segno di qual è l’essenza di questa mancanza. Il desiderio non è mancanza di qualcosa, come tante volte immaginiamo, ma è «mancanza d’essere», per questo «è sollecitato nel suo più intimo essere dall’essere di cui è desiderio». È un Altro che ci ridesta il desiderio di essere! Tanto da farci così, per diventare sempre più noi stessi. «Così testimonia l’esistenza di una mancanza nell’essere della realtà umana»[9]. È il Mistero a generarci costantemente con questa «mancanza d’essere» per poterlo desiderare.
Questa «mancanza d’essere» non è un ostacolo, una complicazione, un intralcio, che dobbiamo mettere nel ripostiglio. Del resto, non è così… Non è che quando ho un’ulcera allo stomaco, allora cambio posto, vado in viaggio, mi metto a dormire e passa… Ce l’ho dentro! Se io non rispondo al problema, me lo porterò dentro! Non è uno scoglio da superare, una cosa da sistemare, questa «mancanza d’essere». È la possibilità di vedere perché siamo fatti, e che con i nostri tentativi non riusciamo a rispondere. Perché qui si svela proprio la natura del nostro io: essere rapporto con l’Infinito.
Questa è la prima conversione: capire di cosa stiamo parlando. Se no, rendiamo la conversione una cosa patetica: “sistemo” qualcosa per la Quaresima, faccio qualche “sacrificio”, qualche “aggiustamento”… Come uno che ha un tumore e pensa di risolverlo con la tachipirina. Non ha capito la natura della questione! Per cui, se all’inizio della Quaresima non ci rendiamo conto di qual è la natura del nostro problema, di quale è la natura della nostra «mancanza d’essere», faremo cose pur giuste, per carità, ma rimarremo delusi perché non rispondono. E appena arriva la Pasqua, fatti i “compitini”, torniamo al vecchio tran-tran, ma in fondo continuiamo a pensare di trovare risposta nei nostri tentativi. Capite che così non facciamo un cammino che ci consenta di capire, sempre più, di cosa si tratta: sia la vita che la fede.
Quindi, solo se capiamo, come dice sant’Agostino, la nostra grandezza, possiamo incominciare a comprendere che cos’è la conversione: «Tu [Dio] mostri in modo abbastanza evidente la grandezza che hai voluto attribuire alla creatura razionale; [perché] alla sua quiete beata [alla sua felicità] non basta nulla che sia meno di Te»[10].
Basterebbe aiutarci a capire questo per cambiare il chip. Dato che non lo cambiamo, continuiamo a fare tentativi maldestri – con tutte le buone intenzioni, per carità –, ma senza renderci conto di cosa c’è in gioco. Perché se non cogliamo veramente che non è un problema da sistemare, ma che si tratta di prendere consapevolezza della grandezza cui Cristo ci chiama – dandoci questa natura unica, a cui «non basta nulla che sia meno di Te» –, continuiamo a cercare di riempire il vuoto con delle banalità. E poi ci lamentiamo di aver fatto tanti tentativi, pur “religiosi”, ritrovandoci ancora peggio, più vuoti. Non risolviamo niente. E questo, alla fine, ci porta a pensare: “Ma la nostra speranza ha un fondamento?”.
Figuratevi come risuonano ancora nuove queste parole di Giussani, all’inizio della Quaresima: «La cosa più importante è sentire l’umanità [non metterla sotto al tappeto, non distrarsi] di quello che ci fa soffrire, l’umanità della tristezza del limite. È un positivo quello da cui può partire tutto. È solo un positivo». E che cosa intende lui per “positivo”? Cosa abbiamo pensato noi per “positivo”? «Quello da cui si parte è un bene. Uno può sentire una grave tentazione; una grave tentazione non è una cosa demoniaca: è una potenza del corpo e dell’anima, è una umanità. Perché mi è data questa umanità? È questa la domanda che si infiltra se uno capisce […] che la tentazione come istinto, come tristezza è una positività umana, è una capacità umana, è un’umanità. Per che cosa mi è data questa umanità? È questo il punto, qui incomincia l’uomo: perché mi è data questa umanità?»[11]. Quella che noi vorremmo scartare dall’inizio.
Mi scrive una persona: «Sono profondamente infelice e non riesco a scendere oltre la “superficie” delle mille contraddizioni che vivo. Vedo in me una ribellione a vivere la realtà per come accade, ma non riesco a cogliere il fondo vero del problema [questa è la questione]: è come se quello che c’è fosse sempre meno di quello che vorrei». Se uno non capisce come siamo fatti, non capisce perché è «sempre meno di quello che vorrei». Continua: «E lo “scarico” a destra e a manca. Ma la verità è che sono sempre più triste e la cosa che più mi spaventa è che ho paura di tutto, sono sempre in equilibrio. La verità è che vorrei solo essere tratta da questo abisso profondo, da cui la maggior parte delle volte tento di distrarmi».
Mentre questa persona sogna solo di liberarsi del proprio abisso profondo, papa Leone considera questo abisso uno strumento essenziale per la fede: «Mi permetto allora», diceva ai Vescovi italiani, «di esprimere un auspicio: che il cammino delle Chiese in Italia includa, in coerente simbiosi con la centralità di Gesù, la visione antropologica [la percezione dell’uomo secondo la sua vera natura] come strumento essenziale del discernimento pastorale [della comunicazione della fede]. Senza una riflessione viva sull’umano [senza una presa di coscienza vera di sé, direbbe Giussani] l’etica si riduce a codice e la fede rischia di diventare disincarnata»[12]. Cioè, un «puro nome», una fiaba.
Questa visione, papa Leone l’ha esplicitata ancora di più nella lettera inviata ai sacerdoti della Diocesi di Madrid. Perché questa «riflessione viva sull’umano» è così importante? Perché stiamo attraversando «un cambiamento culturale profondo che non può essere ignorato: la progressiva scomparsa di riferimenti comuni. Per molto tempo, il seme cristiano ha trovato un terreno in gran parte preparato, perché il linguaggio morale, i grandi interrogativi sul senso della vita e certe nozioni fondamentali erano, almeno in parte, condivisi. Oggi questo sostrato comune si è notevolmente indebolito. Molti dei presupposti concettuali che per secoli hanno favorito la trasmissione del messaggio cristiano hanno smesso di essere evidenti [anche il contenuto della fede] e, in non pochi casi, persino comprensibili. Il Vangelo non si confronta solo con l’indifferenza», ma anche, soprattutto, con l’«inquietudine nuova» che sorge nell’uomo. La irriducibilità. Uno che si rende conto di questa irriducibilità si rende anche conto, come dice, che «l’assolutizzazione del benessere non ha portato la felicità sperata; una libertà svincolata dalla verità non ha generato la pienezza promessa; e il progresso materiale, da solo, non è riuscito a soddisfare il desiderio profondo del cuore umano»[13]. Tutto quello che facciamo deve essere vagliato dall’esigenza del cuore.
Ma esiste una presenza veramente corrispondente all’attesa del cuore?
«È successo». La risposta al dramma: «È successo». Lo abbiamo celebrato nel Natale. Poi, nelle domeniche successive, la liturgia ci ha accompagnato a renderci conto di come quell’evento poteva, pian piano, entrare nelle viscere di coloro che lo incontravano, perché, come dice il Papa, non rimanesse disincarnato, non rimanesse un «puro nome». Se noi non facciamo la strada attraverso cui il cristianesimo si comunica – come ci ha sempre detto don Giussani, che non ha fatto altro che assecondare la modalità con cui il Mistero lo ha fatto accadere tra noi –, continuerà disincarnato, continuerà a essere un «puro nome».
Dopo il Battesimo di Gesù, Giovanni il Battista appare come “il” testimone, colui che indica: «Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo!»[14]. Ma cosa avrebbe potuto capire la gente di quella frase? Nel migliore dei casi, l’avrebbe ripetuta devotamente, convinta, ma senza comprendere nulla. Solo quando il racconto del Vangelo di queste domeniche continua, solo quando Giovanni e Andrea lo incontrano come uomo, allora quella frase si svela nel suo significato: “Abbiamo incontrato colui che attendevamo, che il nostro cuore attendeva”. Una presenza così potente che prevale l’attaccamento! E ci libera dal cercare la soddisfazione altrove, che è il peccato.
Non bastava che questo accadesse solo all’inizio. Quando Gesù comincia ad annunciare quello che porta, chiama alla conversione: «Convertitevi, perché il Regno dei cieli è vicino»[15]. Noi sentiamo questa frase ed è come dipinta sul muro… Ma Gesù non la pronuncia così, come un appello generico: “È l’inizio della Quaresima, convertitevi”. Lui metteva davanti una presenza e coloro che lo vedevano andavano a toccargli il mantello, ascoltavano una parola che li lasciava tutti stupiti: “Parla con autorità, non come gli scribi!”. Il Regno non era una parola astratta! Era talmente carnale che l’umano di chi lo incontrava si imbatteva in una presenza. Allora, sì, veniva la voglia di convertirsi. Non era: “Adesso devo fare la penitenza…”. Era che non si poteva non desiderare di tornare ad ascoltare uno così, andando alla sinagoga: “Speriamo che ci sia oggi!”. O tutti quelli che erano malati, che andavano a trovarlo per essere guariti…
Bastava intercettarLo. Perché «il cristianesimo», dice Giussani, «essendo una Realtà presente», avrà unicamente «come strumento di conoscenza», cioè si farà conoscere solo attraverso «l’evidenza di un’esperienza»[16].
Come l’innamorarsi: essendo una realtà presente, si comunica solo attraverso l’evidenza di un’esperienza che faccio, quando incontro la persona amata. Senza questo, non ci sarà nulla di interessante. Perché la conversione, come dice Newman, è proprio questo «moto di affezione»[17] che uno percepisce dentro di sé quando trova uno così.
«La conversione è – dice Giussani – riconoscerLo. […] Questo “riconoscerlo” è un istante denso, totale. Uno, un’ora dopo, il giorno dopo si trova [non già cambiato, ma] ad aver sbagliato ancora». Guardate che modo umanissimo di descrivere il cammino della conversione: «La conversione è come la storia della Samaritana che va a prender l’acqua al pozzo e c’è un uomo seduto: riconoscere quest’uomo – senza conoscerlo –, riconoscere quest’uomo come qualcosa di eccezionale […] è la conversione». “Dammi di quest’acqua!”. Le viene la voglia! Non appena sente qualcuno che le parla di un’acqua per cui non deve tornare lì una volta dopo l’altra… Non è stupida. Si rende conto che tutti i mariti che ha avuto non le bastano a soddisfare la sete. E appena uno le dice che c’è un’acqua che sazia per la vita eterna: “Dammi di quest’acqua!”. È questo riconoscimento che fa venire fuori tutto il desiderio, tutta la voglia di Lui. La conversione è questo riconoscimento. «Il resto verrà nel tempo. Non è detto nel Vangelo», continua Giussani, «che la Samaritana abbia allontanato il suo sesto uomo con cui era insieme. Non è detto che il pubblicano, uscito dal tempio, abbia distribuito tutte le sue sostanze ai poveri: non è detto. È detto che è uscito perdonato: ha riconosciuto. Riconoscere: chi diminuisce l’importanza di questa parola è di una grave superficialità e grossolanità morale, anche se può essere di una intelligenza eccezionale». Ma è grossolano. «RiconoscerTi: ti riconosco, o Cristo. […]. La Samaritana, senza dirlo, mentre lo sentiva parlare, diceva “Tu”; non pensava ai cinque mariti avuti e al sesto uomo che aveva». Per un istante si è dimenticata di loro! «E il pubblicano di fronte al tempio [era talmente preso che] diceva: “Tu, o Dio” e non elencava i suoi meriti come il fariseo. […] Andrea e Giovanni, che gli andavano dietro, quasi intimiditi, e quando Gesù si è voltato e ha detto: “Cosa cercate?”, non gli hanno detto: “Tu”, hanno detto: “Maestro, dove stai di casa?”, ma era un “Tu”. E quando sono rientrati e hanno detto: “Abbiamo trovato il Messia”, era questo “Tu” che riempiva la loro faccia e il loro cuore».
La Samaritana, senza dirlo, ha visto questo. E Giovanni e Andrea, e tutti gli altri. «Non sto parlando di suore o preti», continua Giussani: «Sto parlando dei battezzati che Egli ha chiamati», come Pietro: «Simone, mi ami tu?». E conclude: «Per questo, non si può mettere in questione il “farò così”, “farò cosà”, “farò meglio di qui”, “farò meglio di là”, “eviterò questo”, “eviterò quell’altro”: tutto questo viene, col Mistero e con la forza dello Spirito, nel tempo di Dio»[18].
Il problema è riconoscerLo, costantemente, quando il Signore si fa ancora presente e ci stupisce ancora! E non vi preoccupate che, nel tempo, sarà questo a vincere. Perché non c’è altro di simile. Ma è una strada, che ci persuaderà lentamente, molto più di qualsiasi moralismo in circolazione. L’unica alternativa è scoraggiarsi sempre di più, se la conversione non fosse questo riconoscimento, da cui uno riparte di continuo. Immaginatevi Pietro, che dopo l’ennesimo sbaglio si trova davanti a uno che lo lascia sbalordito: «Mi ami, tu?». Pensate che Pietro abbia detto: “Domani lo faccio un’altra volta”? [risate]. Perché ridete? Perché è l’ultima cosa che gli passa nell’anticamera del cervello. È talmente stupito di essere abbracciato di nuovo, che si incolla! Sempre più. E nel tempo vince, secondo un disegno che non è il nostro. Per questo, la conversione è: riconoscerLo.
Come diventa sempre più mia questa Presenza riconosciuta?
La Presenza riconosciuta diventa mia se, qualsiasi cosa succeda, entro in ogni circostanza, in ogni avversità, in ogni sfida con Lui negli occhi. Se aderisco a quel fascino e lo verifico dentro la vita. Perché è quando si incarna che Gesù comincia a diventare reale.
Mi racconta un’amica: «Sono sposata, ho tre figli, ormai grandi. Ho incontrato il movimento al Liceo e questa storia di bene mi ha accompagnata in tutti i passi della mia vita e tuttora mi sostiene. Nel 2018 ho dovuto attraversare un grande dolore. Mio marito è andato via di casa, ha chiesto la separazione e poi il divorzio. Pochi mesi prima che tutto ciò accadesse, siamo venuti insieme a Milano per incontrarti e raccontarti tutta la nostra fatica. Era il pomeriggio del 14 giugno 2017. Al colmo della mia disperazione, abbracciandomi, mi hai detto: “Giorno e notte l’ho cercato l’Amore dell’anima mia, giorno e notte l’ho cercato”. Lì per lì mi sono sembrate parole lontane e poco utili a reggere la situazione che stavo vivendo. E sono tornata a casa un po’ delusa. Non ricordo altro di quel nostro incontro. Però, nei giorni e nei mesi successivi, mentre tutto crollava e finiva, quelle tue parole continuavano a riecheggiare in me chiare e intatte, e mi davano quel respiro di cui avevo bisogno per reggere tutto il peso e la confusione di ciò che mi stava accadendo. Ho intuito che c’era in ballo una partita ben più grande della salvezza del mio matrimonio. La mia fede avrebbe retto l’urto di tanto dolore? Sono passati nove anni [io non l’ho mai più sentita, fino a quando mi ha scritto]. Oggi la mia vita è cambiata. In un dialogo ininterrotto e drammatico con Chi ho scoperto essere davvero il mio primo e unico amore, io sono rinata e, piano piano, con me è rinata la mia casa. Oggi sono lieta e in pace: nulla è andato perso. Agli amici che stupiti mi guardano e non mi riconoscono, posso dire solo questo: “Giorno e notte l’ho cercato, e giorno e notte lo cerco, l’Amore dell’anima mia”. Grazie per avermi indicato la strada. Hai permesso che quella che sembrava essere una circostanza inaccettabile diventasse il terreno di prova della mia fede, e il luogo dove Cristo ha potuto raggiungermi. Non c’è altro Amore a sostenere la mia vita e il mondo».
Non basta “saperlo”, occorre che si sveli nell’esperienza perché diventi nostro: «Il cristianesimo, essendo una Realtà presente, ha come strumento di conoscenza l’evidenza di un’esperienza». Non solo per Giovanni e Andrea, ma ora, adesso, davanti ai nostri occhi! Per chi vuole, semplicemente, lasciarLo entrare: per scoprirlo in prima persona e non per sentito dire, per non ripetere frasi a vuoto, ma per fare esperienza di Chi è, incarnato nelle viscere! Perché uno capisce che cos’è una “presenza”, quando vive. Come dice il filosofo spagnolo Fernando Savater: amare è quando «smetti di vivere per qualcosa e vivi per qualcuno». Questo lo ha scoperto quando ha perso sua moglie. Si vede che è una “presenza” perché quando manca, dice lui, «niente ha sapore». Per tanti manca Cristo e non cambia nulla. È talmente un «puro nome», è talmente disincarnato, che non cambia nulla. Se uno fa un’esperienza reale, quando manca, «niente ha sapore»[19].
Solo quando emerge dalle viscere un’esperienza così, uno vede che Cristo ha cominciato a farsi carne nella sua vita; manca, sente la Sua mancanza, quando non c’è.
Le Beatitudini – come continuava la liturgia di questi tempi – ci hanno messo davanti questa possibilità, per chiunque non voglia accontentarsi con meno di tutto quello che il suo cuore desidera, e che aspetta come compimento. Perché è l’unica risposta realistica al nostro essere: “Beati i poveri, i miti, quelli che piangono, quelli che hanno fame e sete, che sono perseguitati…”. Niente è scartato! Perché possiamo vedere che solo Lui è in grado di rispondere a questa fame e a questa sete. Lui non ci chiede di tagliare niente del nostro umano! Chiama «beati» – fortunati! – i poveri, quelli che hanno fame e sete, quelli che sono perseguitati… Ma questo è pazzo? O è vero? Che proprio lì, dove uno meno se lo aspetta – come nella testimonianza che abbiamo letto –, proprio lì, può fare emergere tutta la Sua potenza e far rinascere una persona nella situazione che viveva.
Quando ha sentito le Beatitudini, una ragazza mi diceva: «Avendo questo dramma, non ho potuto ascoltare il Vangelo in modo formale. La ferita che ho dentro mi ha fatto capire che questa è una proposta per la mia vita oggi. Se io non avessi bisogno di Te, o Cristo, non mi renderei conto di chi sei e di quanto Tu sia tutto per me!».
Tutta la questione è che, quando questo diventa nostro, diventiamo anche testimoni per gli altri. Finisco con una frase di Ratzinger: «I primi cristiani si sono chiamati semplicemente “i viventi” (hoi zōntes). Essi avevano trovato ciò che tutti cercano: la vita stessa, la vita piena e perciò indistruttibile. Ma come si può giungere a ciò?». Solo attraverso un rapporto con Lui, che ci introduce a questa conoscenza. La vita eterna cos’è? «Non qualunque conoscenza è la chiave della vita», continua Ratzinger, la vita eterna è «che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo (17,3). Questa è una specie di formula sintetica della fede […] – la conoscenza donata a noi dalla fede. Il cristiano non crede una molteplicità di cose. Crede, in fondo, semplicemente in Dio [che è Padre], crede che esiste solo un unico vero Dio. Questo Dio, però, gli si rende accessibile in Colui che Egli ha mandato, Gesù Cristo: nell’incontro con Lui avviene quella conoscenza di Dio che diventa comunione e con ciò diventa “vita”»[20]. Vita! Vita in abbondanza! «Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza»[21]. Questa è la conversione, a cui ci invita la Quaresima: non l’immagine che ne abbiamo noi, ma questa vita! Per questo sant’Agostino dice: «È beato [è fortunato] chi possiede ciò che vuole e non vuole nulla di male»[22]. Perché sant’Agostino sa che non c’è risposta adeguata se non compie il desiderio che ciascuno di noi ha. La vera ragione per cui un uomo «non vuole nulla di male» è perché ha già tutto «ciò che vuole».
Noi potremo convertirci solo se, vivendo di questa sovrabbondanza che ci riempie di tutto quello che vogliamo, non abbiamo bisogno di fare stupidaggini. È capovolto tutto. Cristo è venuto solo per questo. Come vediamo succedere al figliol prodigo: a un certo punto, si stufa e il padre lo lascia, lo lascia perché deve essere lui a scoprirlo! Non bastano le prediche, non bastano i moralismi, non gli manda i poliziotti, lo lascia perché lo scopra dalle viscere della sua esperienza e gli venga la voglia matta di tornare da lui.
È questa la conversione. Fate come credete, ma non basterà a persuadervi: se questa Presenza non prende sempre più vita dentro di noi, possiamo fare mille cose, ma nessuna «molteplicità di cose» può bastare. Solo una Presenza, solo «l’Amore dell’anima mia» potrà essere in grado di compierci.
E scopriamo quale presenza, senza confonderci, proprio per la sua capacità di compierci. Non ci sono tanti che compiono. E così vediamo che la realtà di Cristo si rende trasparente a noi nell’esperienza. Non nelle nostre “teologie”, nei nostri “pensieri religiosi”, ma nell’esperienza. Solo l’esperienza può persuadere l’uomo che è Lui, in fondo, a compierlo: chi mi rende me stesso è Lui. «La vita dell’uomo», dice san Tommaso, «consiste nell’affetto che principalmente lo sostiene e nel quale trova la sua più grande soddisfazione»[23].
Solo una fede verificata dentro la vita e che la fa risplendere potrà rispondere alla domanda di Dostoevskij oggi.
[1] F. Dostoevskij, I demoni, in E. Lo Gatto (a cura di), Taccuini per “I demoni”, Sansoni, Firenze 1958, p. 1011.
[2] L. Giussani, Il rischio educativo, Rizzoli, Milano 2014, p. 20.
[3] Ibidem.
[4] Ibidem.
[5] M. Buber, Il cammino dell’uomo, Qiqajon, Magnano 1998, p. 59.
[6] J. Ratzinger, «La fede e la teologia ai giorni nostri», in Enciclopedia del cristianesimo, De Agostini, Novara 1997, p. 30.
[7] L. Giussani, All’origine della pretesa cristiana, BUR Rizzoli, Milano 2025, p. 3.
[8] S. Weil, La prima radice, SE, Milano 1990, p. 96.
[9] Cfr. J.P. Sartre, L’essere e il nulla, Il Saggiatore, Milano 2014.
[10] Agostino, Confessioni, Libro XIII, 8.9.
[11] L. Giussani, Affezione e dimora, BUR Rizzoli, Milano 2001, pp. 44-45.
[12] Leone XIV, Discorso ai Vescovi della Conferenza episcopale italiana, Vaticano, 17 giugno 2025.
[13] Leone XIV, Lettera al Presbiterio dell’Arcidiocesi di Madrid in occasione dell’Assemblea presbiterale “Convivium”, Vaticano, 28 gennaio 2026.
[14] Gv 1,29.
[15] Mt 3,2.
[16] L. Giussani, Avvenimento di libertà, Marietti 1820, Genova 2002, p. 190.
[17] J.H. Newman, Private Judgment, in Essays Critical&Historical, II, Longmans, Green and Co., London-New York-Bombay 1907, p. 338.
[18] L. Giussani, Esercizi spirituali della Fraternità (1991), in Id., Un avvenimento nella vita dell’uomo, BUR Rizzoli, Milano 2020, pp. 42-45.
[19] A. Jaume, «El amor, según Fernando Savater», The Objective (https://theobjective.com/cultura/2025-12-06/amor-segun-fernando-savater/).
[20] J. Ratzinger-Benedetto XVI, Gesù di Nazaret. Dall’ingresso in Gerusalemme fino alla resurrezione, LEV, Città del Vaticano, 2011, pp. 98-99.
[21] Gv 10,10.
[22] Agostino, De Trinitate, 13,5.8.
[23] Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae, IIa, IIae, q. 179, a.1 co.

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