Quello che condivido con i «therian»

Società · Ana De Haro
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1 marzo 2026
Dietro le mode più sconcertanti dell'adolescenza si nasconde lo stesso grido: la ricerca disperata di identità e significato in mezzo a una profonda solitudine.

L’altro giorno, cenando con degli amici, è venuto fuori l’argomento dei “therian” e della loro crescente popolarità tra gli adolescenti. Una delle presenti, un po’ più esperta degli altri, lo definiva come un nuovo modo di essere trans. In questo caso non si tratta più di essere nati nel corpo del genere sbagliato, ma di essere nati nella specie sbagliata. Il termine descrive persone che si sentono e si definiscono lupi, cani, serpenti o altri animali. A quanto pare, in Spagna ci sono pochi casi, ma in altri paesi, come l’Argentina, il fenomeno è più diffuso. Chi sapeva di cosa si trattasse cercava di spiegarlo a chi non aveva mai sentito parlare di questa corrente. La reazione era di sorpresa e risate. Qualsiasi tentativo di immaginare una vita basata su questi principi risultava, per i presenti, estremamente comico.

Tuttavia, la comicità suscitata da questo argomento è scomparsa del tutto quando sono venute fuori altre mode che, queste sì, popolano le aule spagnole. Una delle insegnanti presenti alla cena raccontava di come quella stessa settimana avesse saputo di una sfida diventata popolare di recente. Consiste nel consumare la maggior quantità possibile di paracetamolo. Lo aveva scoperto dovendo spiegare ad alcuni genitori perché la loro figlia era in ambulanza diretta all’ospedale. «Perché prendere il paracetamolo in questo modo?», abbiamo chiesto noi altri. «Ha qualche beneficio? Ti dà la carica, ti rilassa, ti eccita?». «No». «Allora che senso ha?». «Non cercatelo, non ce l’ha. È una sfida». Il primo comportamento sembrava ridicolo, il secondo assurdo. Entrambi urtavano l’incomprensione di un gruppo che, per età e professione, dovrebbe essere in grado di capire.

Con la stessa incomprensione è stata accolta la storia agghiacciante di un’altra educatrice. Questa spiegava il fenomeno che si sta diffondendo tra alcune ragazze delle famiglie più abbienti della capitale: ragazze tra i tredici e i vent’anni che si prostituiscono per comprarsi delle scarpe nuove o per andare a una festa quando i genitori non danno loro ciò che vogliono. Non è per soldi; non ne hanno bisogno. Potrebbero fare qualsiasi altra cosa per ottenerlo, ma cercano consapevolmente uomini adulti, più grandi, a cui vendersi. L’atto in sé non piace loro. Perché lo fanno? Gli psicologi lo inquadrano nell’autolesionismo: quella ricerca di un dolore fisico che attenui la solitudine e dissipi, almeno per qualche secondo, la sensazione di un vuoto terrificante. Ma questa affermazione non lo spiega. Non risponde alla domanda. Perché cercano di farsi del male?

Alcuni si feriscono e altri cercano la propria identità rinunciando a essere esseri umani. Cosa c’è dietro ciascuno di questi comportamenti così strani, assurdi e persino dolorosi? La domanda si fa ancora più grande se si considera che queste sono solo le ultime espressioni di un fenomeno molto più ampio. Un’epidemia di solitudine, sofferenza incompresa e vuoto che affligge tutti i giovani del Paese. E forse non solo i giovani.

C’è solo una cosa che mi è rimasta chiara dai racconti di quella cena. Il grido di questi giovani, nelle sue espressioni più strane e persino distruttive, è di una radicalità totale. Travolgente e, a volte, desolante. Una radicalità che, devo confessare, è anche la mia. Anche se, a volte, mi spaventa riconoscerlo. Anch’io grido a squarciagola in ogni cosa che faccio. Alla ricerca di un senso. Questo aspetto lo posso capire.

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