L’Io in azione: la realtà si rende evidente nell’esperienza

Carrón · Julián Carrón
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3 enero 2026
Intervento di Julián Carrón alla Fondazione San Michele Arcangelo, in occasione dell’incontro «L’Io in Azione: la Realtà si rende Evidente nell’Esperienza», Natale 2025.

Anyone, Demi Lovato

Mi sei scoppiato dentro il cuore, Mina

Daniele Nembrini. Grazie, Julián, di essere qui con noi anche quest’anno. Scopo della San Michele era, resta e sarà quello di fare e far fare un’esperienza di libertà. Scopo della Fondazione è promuovere la realizzazione integrale della persona, accompagnandone e sostenendone –attraverso la riscoperta del senso religioso come criterio per l’azione personale – la naturale propensione al compimento di sé, il cui vertice è la libertà, intesa come piena soddisfazione dei propri desideri. E sappiamo bene, dopo anni di lavoro anche con te, che ciò che libera è l’esperienza. Un uomo è libero, se fa un’esperienza. Potremmo dire, sinteticamente: il cammino al vero è un’esperienza. Ci hai sfidati molto nel cammino di “senso religioso” di questi anni, con la provocazione di Giussani: «Non sono qui perché voi riteniate come vostre le idee che io vi do, ma per insegnarvi un metodo vero per giudicare le cose che io vi dirò». Questo metodo non è un metodo tra gli altri, ma è il metodo, perché l’esperienza è l’emergere della realtà alla  oscienza dell’uomo, è il divenire trasparente della realtà.

Ci avviciniamo al Natale, abbiamo sentito una canzone che diceva: «Mandami qualcuno». Ti saremo sempre grati, Julián, di essere per noi questo «qualcuno», segno inequivocabile della Sua presenza. Per questo ti abbiamo chiesto di lavorare con noi sul titolo che abbiamo scelto per questa convention: «L’Io in Azione: la Realtà si rende Evidente nell’Esperienza». Grazie, Julián.

Julián Carrón. Chi ha ascoltato con attenzione queste canzoni avrà riconosciuto che non potevano nascere se non dall’esperienza di chi le ha scritte.

E ciascuno avrà visto che contraccolpo hanno generato in lui, ascoltandole. Perché questa è la cosa che meglio ci può introdurre, più di qualsiasi parola che possiamo dire: l’esperienza già fatta, di cui vogliamo semplicemente renderci consapevoli.

Sono stato invitato di recente a una conferenza internazionale, nata per ispirare un “ecosistema generativo”, di fronte alle sfide di oggi. Mi ha colpito che gli ideatori identificassero la consapevolezza come l’urgenza del presente per un nuovo paradigma, per poter cambiare la società. Stranamente non si dava per scontato, come avviene di solito, il soggetto che dovrebbe realizzare il cambiamento; si affermava che occorre generarlo, cioè risvegliare la sua consapevolezza, la sua autocoscienza.

Ho cominciato il mio intervento sottolineando che – rispetto allo scopo di quell’evento – non c’era sintesi più efficace di queste parole di Dostoevskij: «L’essenziale di cui abbiamo bisogno è che l’uomo… acquisti coscienza di sé»[1].

Ma mi ha altrettanto colpito che, nel dialogo di quel giorno, si desse per assodato che non si può conoscere davvero la realtà. Perché? Perché «la narrazione è tutto». Malgrado la chiara coscienza della portata della consapevolezza, rischiamo comunque di soccombere al potere delle narrazioni, perché «la narrazione – alla fine – è tutto».

1.- La sfida delle narrazioni

Mi ha scritto, alcuni giorni dopo, l’ideatore dell’evento: «Desidero esprimerti il mio più sincero ringraziamento. Il tuo intervento ha riportato al centro un tema essenziale: la necessità di un contatto autentico con la parte più intima di noi, unico luogo da cui può nascere ogni vera scelta. Hai dato voce a un’idea tanto semplice quanto rivoluzionaria: senza consapevolezza restiamo preda dei racconti che altri fanno al posto nostro. Come hai detto, accogliere il senso di incompletezza è ciò che ci rende capaci di amare, di essere liberi e di non cedere al dominio delle narrazioni esterne. Un messaggio profondo, che traccia un sentiero di responsabilità e speranza. Ti ringrazio per averci ricordato che la consapevolezza è un’opera quotidiana, personale e mai delegabile, un messaggio che risuona pienamente con il cuore della nostra ricerca educativa».

Questo episodio ha attirato la mia attenzione su un tema cruciale, per tutti noi e soprattutto per l’educazione dei ragazzi, che vivono in questo mondo, ingombrati dalle “narrazioni”. Oggi il loro dominio è tale che sembra impossibile non soccombervi, non diventare preda dei racconti stessi.

Possiamo riconoscere questo rischio quando accadono fatti – soprattutto se ci riguardano da vicino – che ci mettono così alla prova da ritrovarci tutti a districarci nella selva delle interpretazioni, delle versioni dei fatti.

È una sfida epocale. Riguarda i ragazzi, ma ci riguarda tutti, in un modo o in un altro. Il potere delle narrazioni fa da detonatore alla debolezza di coscienza di oggi e all’insicurezza esistenziale che ci troviamo addosso. Ancor più, con l’evoluzione dirompente dell’high tech, le nuove tecnologie a disposizione di tutti.

«Abbiamo giocato con il relativismo pensando non costasse nulla», dice Luciano Floridi, uno dei principali esperti al mondo di etica e filosofia dell’informazione: «I momenti di “diga” [di freno] contro le cose false e inventate, le fandonie, la propaganda, le fake news, sono troppo deboli. Quello che immagino possa accadere in futuro è, da un lato, un recupero, il che sarebbe positivo; dall’altro, una sorta di abitudine a dire “ma chissà”, un po’ di scetticismo, un po’ di cinismo. “Forse i vaccini fanno bene, fanno male, ma sai che ti dico, non lo so, chi se ne importa”. Insomma, una sorta di qualunquismo disimpegnato, che si tira fuori, che evita l’impegno epistemologico [conoscitivo] nel dire: “Sì, le cose stanno così”. Oppure “No, guarda, è il contrario”. Temo che si vada in questa direzione, diciamo un po’ Ponzio Pilato, un po’ don Abbondio, frastornati dall’enorme rumore e confusione che verità e falsità, scontrandosi tra loro, finiscono per generare. Temo che molti, privi di guida e di riferimenti, decideranno, nel migliore dei casi, di sospendere il giudizio. […] Se riuscissimo ad attivare degli anticorpi in questa direzione, non sarebbe troppo tardi. Sicuramente non è troppo presto. Dovremmo farlo ora»[2]

Se noi soccombiamo a questo «qualunquismo disimpegnato», saremo alla mercé di qualsiasi ideologia, di qualsiasi narrativa. Perché, come ci ha insegnato Hannah Arendt, «l’ideologia non è l’ingenua accettazione del visibile, ma la sua intelligente destituzione»[3]

Ma qual è l’anticorpo da attivare, per non essere sopraffatti e condannati alla confusione? È l’impegno con il reale la strada per non lasciarsi “frastornare” dalle narrative, delegando il proprio giudizio agli altri. Non possiamo mai dimenticare che – come ci ha ricordato Benedetto XVI – «la libertà dell’uomo è sempre nuova e deve sempre nuovamente prendere le sue decisioni. Non sono mai semplicemente già prese per noi da altri – in tal caso, infatti, non saremmo più liberi. La libertà presuppone che nelle decisioni fondamentali ogni uomo, ogni generazione sia un nuovo inizio».

Senza questo impegno è inevitabile essere in balìa del potere delle narrazioni. Su scala macroscopica, vediamo che le stesse dinamiche geopolitiche ne sono pervase.

Ma spesso – per evitare l’impegno della nostra persona – soccombiamo alla tentazione messa in evidenza da T.S. Eliot nei Cori da “La Rocca”: «Essi cercano sempre di evadere / dal buio esteriore e interiore / sognando sistemi talmente perfetti che più nessuno avrebbe bisogno d’esser buono»[4]. Tanto da risparmiarsi la libertà.

Sogniamo che qualcosa da “fuori” supplisca alla nostra responsabilità di uomini. Ma nessun sistema, neanche il più perfetto, potrà risparmiarci la libertà. «L’uomo», dice ancora Benedetto XVI, «non può essere mai redento semplicemente dall’esterno»[5].

Si capisce perché questo momento storico così sfidante è diventato – ancor più rispetto a quando Giussani lo diceva – il tempo della persona.

2.- È il tempo della persona

«Quando infatti la morsa di una società avversa si stringe attorno a noi fino a minacciare la vivacità di una nostra espressione e quando una egemonia culturale e sociale tende a penetrare il cuore, aizzando le già naturali incertezze, allora è venuto il tempo della persona»[6]6.

E che cosa è la persona, così fragile davanti a questo tsunami? Dove sta la sua consistenza? Perché ultimamente è questa la domanda decisiva. «Ciò che urge – dice Giussani – affinché la persona sia, affinché il soggetto umano abbia vigore in questa situazione in cui tutto è strappato dal tronco per farne foglie secche è l’autocoscienza [come diceva Dostoevskij], una percezione chiara ed amorosa di sé, carica della consapevolezza del proprio destino e dunque capace di affezione a sé vera, liberata dall’ottusità istintiva dell’amor proprio. Se smarriamo questa identità nulla ci giova»[7].

Proprio perché viviamo in una società come quella attuale, l’unico argine al potere delle narrative è un io, la cui autocoscienza gli permetta di vivere in questo contesto senza soccombere alle sirene del potere.

Non vuol dire tornare a «sognare sistemi così perfetti» dove non esistano le narrative. Le narrative sono inevitabili, perché – essendo la realtà segno, come studiamo ne Il senso religioso – la libertà si gioca nell’interpretazione del segno.

Ma questo significa che tutte le interpretazioni sono ugualmente vere? Possiamo scoprirlo solo in forza della consapevolezza di noi stessi o, come dicevamo prima, quando raggiungiamo «la parte più intima di noi».

E come possiamo raggiungere la parte più intima di noi?

È una questione di metodo. Qui ci viene di nuovo in aiuto don Giussani, quando afferma: «Uno dei punti sintetici, capitali, d’una chiarezza di pensiero […] è che la soluzione dei problemi non avviene direttamente affrontando i problemi, ma approfondendo la natura del soggetto che li affronta»[8]. Prendendo consapevolezza sempre più chiara del soggetto che li affronta.

E come possiamo approfondire la natura del soggetto – che siamo noi –, del nostro io, per raggiungere una chiarezza di pensiero? Come cresce la coscienza di noi? Come ci ha detto lui – ed è il titolo che avete scelto –, si scopre non ragionando tra sé e sé, o attraverso una introspezione, che è sempre un’immagine di sé, ma sorprendendoci in azione.

Quindi, «se l’uomo si accorge dei fattori che lo costituiscono osservando sé stesso in azione […] occorre osservare la dinamica umana nel suo impatto con la realtà, impatto che mette in moto il meccanismo rivelatore dei fattori»[9] della nostra persona. Per questo – è una delle frasi più suggestive che possiamo sentire – «un individuo che avesse vissuto poco l’impatto con la realtà [che fosse stato poco sfidato dalle circostanze, dalla vita], perché, ad esempio, ha avuto ben poca fatica da compiere, avrà [mi spiace per quelli che vogliono risparmiarsi tutto] scarso il senso della propria coscienza, percepirà meno l’energia e la vibrazione della sua ragione»[10].

Non è attraverso l’introspezione che prendiamo consapevolezza della parte più intima di noi. Di solito rimaniamo alla superficie, galleggiamo nelle immagini che abbiamo. Solo chi accetta l’impatto con la realtà, perché vuole essere davvero consapevole, può capire l’importanza dell’esperienza per smascherare le narrazioni fasulle, in un mondo in cui le narrazioni hanno preso il posto dell’esperienza stessa.

3.- La realtà si rende trasparente nell’esperienza

Giussani ci mette tra le mani lo strumento più importante che possiamo avere per evitare di essere succubi di qualsiasi narrativa, in qualsiasi contesto viviamo: «La realtà si rende evidente [non nelle narrazioni, non nel chiacchiericcio, non nella riflessione astratta, ma] nell’esperienza»[11]. Perciò «il punto di partenza è l’esperienza»[12].

Partiamo dunque dall’esperienza. Quando qualcuno ci tratta ingiustamente, nessuna narrazione potrà convincerci che non siamo stati trattati male. O sì? Quando qualcuno dice di volerci bene, ma dai fatti vediamo che ci usa, nessuna dichiarazione d’amore, neppure la più ardente, potrà smentire ciò che viviamo. «Se proviamo caldo o freddo – dice Newman – nessuno ci convincerà del contrario insistendo che il termometro segna 15 gradi. È la mente che ragiona e dà l’assenso, non un diagramma su un pezzo di carta»[13].

Possiamo continuare a fare esempi così fino alla fine del mondo, per mostrare ciò che sembra la cosa più evidente: il fatto che la realtà si rende trasparente nell’esperienza, e non nei nostri pensieri.

Un’acuta osservazione del migliore teologo del Novecento, Hans Urs von Balthasar, può aiutarci a capire la portata del partire dall’esperienza, soprattutto in questo momento storico, in cui prevale una sorta di scetticismo sulla capacità dell’esperienza stessa di smascherare le narrazioni: «Hanno dunque ragione anche quei filosofi i quali all’alunno, che si trova incerto e smarrito davanti al problema della verità, danno il consiglio di gettarsi prima nella corrente, per esperire, corpo a corpo con l’onda, che cosa è l’acqua e come vi si avanza. Chi non arrischia questo salto non sperimenterà mai che cosa è nuotare, e così anche chi non osa il salto nella verità non raggiungerà mai la certezza della sua esistenza»[14]. Perché verità e realtà si fanno riconoscere solo nell’esperienza.

Non c’è niente che possa sfidare di più il potere – delle narrazioni, delle nostre paturnie, delle nostre riduzioni – della consapevolezza del valore dell’esperienza nello smascherare la loro menzogna.

Capiamo perché Giussani insiste tanto nel dire che «l’esperienza è la parola cardine di tutto: chiunque non parta dall’esperienza inganna, vuole ingannare sé stesso e gli altri; l’uomo non può partire che dall’esperienza, che è il luogo dove la realtà emerge in determinata guisa»[15].

Un amico mi raccontava che suo figlio – come tanti, un po’ cinico rispetto alla vita – ha avuto un incidente in auto. Lui gli ha chiesto: «Ma quando ti sei capottato per due volte, te ne sei reso conto? Di solito si perde la percezione…». E lui: «No no, io ero coscientissimo!». «E cosa hai pensato?». «Guarda, ho solamente gridato fortissimo: voglio vivere!!».

Di colpo tutto il suo scetticismo di fronte alla vita era stato spazzato via dall’esperienza. «Voglio vivere!». Questa è la espressione ultima di sé. In quel momento, tutti i pensieri, le riduzioni, la nebbia, sono stati sorpassati da quello che stava accadendo.

Sono momenti, che accadono, in cui l’uomo è spogliato di tutte le sovrastrutture, di tutti i rovelli che gli ingombrano di solito la mente. Ed emerge il vero io: il suo desiderio di vivere.

Quando la realtà entra nell’esperienza ha la capacità di purificarci lo sguardo – con un imprevisto che ci spoglia, come l’incidente che dirada di colpo tutta la “nebbia” –, e appare cristallino che cosa è l’io, la persona di ciascuno di noi: desiderio di essere.

In un istante, l’immagine che uno si fa della vita è capovolta dall’esperienza.

Quante volte vi è capitato, tra marito e moglie, di essere in cucina – faccio sempre questo esempio – uno accanto all’altra, e sentire l’altro lontano mille miglia! Di sentire lontana la persona che più ha risvegliato il vostro desiderio di essere. Non che uno fisicamente non sia vicino, ma sente l’altro lontanissimo, perché la pesantezza, la nebbia, la stupidaggine, la superficialità… si frappongono tra di voi. Immaginate – come sfido sempre gli sposati – che a quella persona che vi ha così affascinato, e che ora sentite lontanissima, venisse un infarto in questo momento – Dio non voglia –: tutta la nebbia sarebbe spazzata via in un istante.

Questo dice del valore dell’esperienza. Come scrive Lewis: «Quello che mi piace dell’esperienza è che si tratta di una cosa così onesta. Potete fare un mucchio di svolte sbagliate, ma tenete gli occhi aperti e non vi sarà permesso di spingervi troppo lontano prima che appaia il cartello giusto. Potete avere ingannato voi stessi, ma l’esperienza non sta ingannando voi. L’universo risponde il vero quando lo interrogate onestamente»[16].

L’esperienza infatti non inganna mai. Non abbiamo potere su di essa! Prima ti sorprendi e poi ti rendi conto che sei sorpreso. Ma non hai il potere di non sorprenderti.

Perciò l’esperienza ha il potere di smascherare le nostre immagini, i nostri pensieri, le nostre riduzioni, le nostre ideologie. Poi possiamo assecondarla o meno, negando l’evidenza, ma l’esperienza non ci inganna. E noi lo sappiamo, che andiamo via guardando da un’altra parte, invece di assecondare l’esperienza che abbiamo vissuto.

«L’età di oggi, la cultura dominante di oggi, ha rinunciato alla ragione come conoscenza, come riconoscimento dell’evidenza con cui la realtà si propone nell’esperienza, cioè come positività. E ha rinunciato all’affezione alla realtà, all’amore alla realtà: ha rinunciato all’amore perché, per riconoscere la realtà come emerge dall’esperienza, occorre che lo shock che si prova sia accettato

[non è scontato! Neanche lo shock più evidente, perché un istante dopo possiamo guardare da un’altra parte]. Ma l’uomo non accetta la realtà come appare e vuole inventarla come vuole lui, vuole definirla come vuole lui, vuole darle il volto che vuole lui»[17].

Ciascuno, dopo, può fare la verifica sulla propria pelle della decisione che ha preso. Come quando uno non vuole guardare i sintomi della malattia: può metterli sotto il tappeto, ma prima o poi ricompaiono! E anche noi dobbiamo fare la verifica, quando mettiamo sotto il tappeto i sintomi che non vogliamo guardare. L’esperienza non ci inganna. È meglio una malattia con i sintomi o senza sintomi, che si scopre quando ormai non c’è più nulla da fare? Ciascuno decida.

Cosa può facilitare allora il nostro abbraccio alla realtà tutta intera? Lo sorprendiamo nell’esperienza, siamo come facilitati a riconoscerla e abbracciarla nell’esperienza… Quando, per esempio, al lavoro vediamo arrivare una persona raggiante, subito le chiediamo: “Ti sei innamorata?!”. Nessun’altra cosa più semplice di un fatto può rendere così diverso quel pezzo di realtà, che sembra pesante e logorante: renderlo tutto diverso, all’improvviso. All’improvviso.

Quello che tutti attendiamo, come abbiamo sentito nel grido di Anyone: un fatto talmente significativo per la sua portata da liberarci da tutte le nostre riduzioni e abbracciare la realtà così come è.

Occorre qualcosa che accade.

4.- Il Natale, liberazione dalle narrazioni

Questo anno arriviamo al Natale in circostanze storiche precise, che possono aiutarci a capire la sua portata. Il Natale è la celebrazione del fatto più rilevante della storia: Dio si è fatto uomo, si è fatto carne. Eppure, neanche un fatto così cruciale sfugge alla “legge” della vita: la realtà di questo fatto si rende trasparente nell’esperienza.

Anzi, forse proprio perché il Mistero ha presente come nessun altro la natura della nostra persona, si è voluto sottomettere all’unico modo di conoscere che hanno gli umani: l’esperienza.

Per questo mi stupisce sempre quando Giussani afferma che «la cosa più importante che io abbia detto in vita mia è che Dio, il Mistero, si è svelato, si è comunicato agli uomini in modo tale da rendersi oggetto della loro esperienza»[18]. Se no, potrebbe essere un’altra interpretazione.

Essendo lui consapevole, come pochi, che la realtà si rende trasparente nell’esperienza, non smette di stupirsi del metodo scelto da Dio per comunicarsi agli uomini e liberarli da qualsiasi ideologia. «Occorre la presenza di qualcosa d’Altro, la presenza di un Altro, la presenza di un uomo che è più che uomo: Dio venuto in questo mondo»[19] proprio per liberarci dal potere di tutte le nostre immagini.

E come lo fa? È impressionante. Al contrario di qualsiasi ideologia – che usa gli strumenti del potere per cercare di convincerci –, Dio entra nella storia nel modo meno ideologico che si possa immaginare, diventando un bambino indifeso – piccolissimo segno –, ma un bambino in grado di rendersi oggetto di esperienza. Può sembrare poco, un metodo troppo fragile per incidere nella realtà, eppure è rivoluzionario, se osserviamo la reazione che la sua nascita, appena sentita la notizia, ha generato nel potere del suo tempo: la morte degli innocenti.

Era appena nato, e già il potere tremava.

Senz’altro potere che la sua sola presenza, ha sfidato ogni potere. E ha offerto – a chiunque lo accoglie – la possibilità di verificare la portata liberatrice della Sua presenza storica.

Per questo, in un momento come quello presente, in cui siamo così sfidati dall’ideologia, il Natale può acquistare un significato ancora più rilevante, evitando di essere ridotto a rito, ad abitudine, dandoci l’opportunità di verificare la sua vera capacità di liberazione.

Per poterlo verificare occorre, però, lasciarlo entrare nella propria esperienza. Perché «il cristianesimo, essendo una realtà presente, ha come strumento di conoscenza l’evidenza di una esperienza»[20].

Poche cose mi hanno fatto capire la portata dell’incarnazione per smascherare l’ideologia come il fatto accaduto, alcuni fa, a una ragazza catalana, tutta imbevuta dell’ideologia nazionalista, per storia e influsso famigliare e sociale. Erano i giorni del referendum indipendentista del 2017 in Catalogna e questa ragazza a un’assemblea con altri giovani disse: «L’amicizia con un’amica di Madrid [questo fatto era già sconvolgente] mi ha aiutato a svegliarmi, a uscire dallo scetticismo, a giudicare tutto ciò che stiamo vivendo». Era il giorno stesso in cui i suoi genitori si erano chiusi nella scuola per poter votare l’indomani il referendum. «Questa amicizia mi sta aiutando a vivere, a comprendere me stessa». Nel caos totale, quel che la aiuta a capire sé stessa è il rapporto con una persona amica. La sera prima, lei e altri studenti catalani erano arrivati a Madrid ed erano stati accolti in una parrocchia. Arrivavano in un luogo che, secondo loro, li «opprimeva», con una certa paura di vedere «come ci avrebbero guardato gli altri ragazzi». Ma, durante la cena, accade l’imprevisto: un abbraccio alla vita di ognuno, un’unità impensabile, a partire da un unico cuore, che desidera, che soffre, che cerca. Al punto che quella ragazza si sorprende a pensare: «Magari i miei genitori fossero qui! Magari tutti i miei amici vedessero questo!». Un fatto apparentemente

insignificante in mezzo a tutta la propaganda. Ha chiuso il suo intervento dicendo: «Dopo questi giorni con voi, dopo quello che ho ascoltato sul mio cuore, sul mio desiderio, su Cristo, io non posso più dire che sono diversa da voi. Io sono una con voi»[21].

Solo osare il «salto» nell’acqua, come diceva Balthasar, per l’amicizia con quella amica, l’ha convinta. Poteva rimanere ingarbugliata nei suoi pensieri. Le è bastato fare esperienza perché tutto diventasse chiaro.

«La conoscenza nuova nasce dall’adesione a un avvenimento, dall’affectus a un avvenimento a cui si è attaccati, a cui si dice di sì. Questo avvenimento è un particolare nella storia», ma «ha una pretesa universale», che dà ragione di tutto. «Pensare partendo da un avvenimento significa innanzitutto accettare […] quello che realmente sono e la concezione del mondo che ho»[22].

Quindi, nella misura in cui Gesù entra, comincia a chiarire noi stessi. Ma se non entra nella nostra esperienza non possiamo riconoscerlo adeguatamente, come dimostra questo esempio della ragazza.

Se l’avvenimento di Cristo rimane contemporaneo oppure l’abbiamo sussunto nell’universale astratto dell’ideologia, lo scopriamo nella storia.

Finisco con due esempi dagli inizi della storia cristiana. È significativo il caso di san Paolo e della comunità, fondata da lui, della Galazia. Paolo era un fariseo, come tutti sappiamo: la mentalità che dominava nella Palestina del suo tempo. La sua fede farisaica lo aveva portato a diventare persecutore dei seguaci di Gesù proprio per la sua fedeltà alla legge, alla mentalità. Nessuno avrebbe potuto convincerlo a cambiare idea. Solo un fatto, l’incontro con Cristo risorto, ha reso possibile quello che nessuno avrebbe potuto credere: che lui diventasse discepolo di Colui che perseguitava.

Cosa ha reso possibile il cambiamento? L’esperienza di Gesù vivo.

Con questa nuova fede, Paolo comincia ad annunciare Cristo risorto e crea le comunità che conosciamo, alle quali rivolge le sue lettere. Ma, come sappiamo, non tutti vivono le conseguenze dell’incontro allo stesso modo di Paolo. Alcuni farisei convertiti al cristianesimo vogliono sottomettere i nuovi battezzati alla legge, e portano questa loro modalità di concepire il cristianesimo alle comunità fondate da Paolo, come quella della Galazia. All’improvviso, i galati si trovano davanti a due narrative diverse del Vangelo: quella di Paolo e quella dei giudaizzanti.

Dopo aver scritto che non c’è altro Vangelo da quello che lui annuncia, con Pietro e le colonne di Gerusalemme[23]23, che arma ha san Paolo, oltre questa affermazione, per poter sfidare i galati? L’esperienza.

E, così, li sfida con queste parole non proprio tenere: «O stolti Gàlati, chi vi ha incantati? Proprio voi, agli occhi dei quali fu rappresentato al vivo Gesù Cristo crocifisso! Questo solo vorrei sapere da voi: è per le opere della Legge che avete ricevuto lo Spirito [la novità di vita che vedete vibrare in voi] o per aver ascoltato la parola della fede? [Lo vedete nell’esperienza]. Siete così privi d’intelligenza che, dopo aver cominciato nel segno dello Spirito, ora volete finire nel segno della carne? Avete tanto sofferto invano? Se almeno fosse invano! Colui, dunque, che vi concede lo Spirito e opera portenti in mezzo a voi, lo fa grazie alle opere della Legge [è la vostra performance nel compiere la legge ad avervi portato la novità di vita che sorprendete in voi?] o perché avete ascoltato la parola della fede?»[24]. Cioè, per l’incontro vivo che ha risvegliato tutta la vostra persona.

Davanti a quella che oggi potremmo chiamare la “narrativa” dei giudaizzanti, san Paolo non si appella ad altro che alla loro esperienza di libertà. Hanno tutti gli elementi – nella loro esperienza – per giudicare le due “narrative”.

Alla verifica dei galati, san Paolo può offrire solo l’esperienza. E dice loro in faccia: «Cristo ci ha liberati per la libertà! State dunque saldi e non lasciatevi imporre di nuovo il giogo della schiavitù [il soffocamento della legge]. Ecco, io, Paolo, vi dico: se vi fate circoncidere, Cristo non vi gioverà a nulla. E dichiaro ancora una volta a chiunque si fa circoncidere che egli è obbligato ad osservare tutta quanta la Legge. Non avete più nulla a che fare con Cristo voi che cercate la giustificazione nella Legge; siete decaduti dalla grazia». Vi siete persi il meglio, complimenti! Perché «non è la circoncisione che vale o la non circoncisione, ma la fede», cioè la novità di vita, la fede che diventa vita nella realtà.

Poi, arriva il colpo di grazia: «Se io predicassi ancora la circoncisione, pensate che sarei tuttora perseguitato?»[25]. Il fatto di essere perseguitato è la prova provata della sua libertà dalla legge e dalla circoncisione.

In questo modo, non fa altro che invitare i galati a sottomettere la ragione all’esperienza. Così come ciascuno di noi.

In fondo, Paolo non fa altro da quello che vediamo fare, prima di lui, da Gesù, che sfida costantemente l’esperienza dei discepoli. Ed è questo che lo rende credibile. Non vuole che credano senza ragioni, vuole che ciascuno aderisca per l’esperienza che ha fatto. Perciò, dopo tutti i miracoli che hanno visto, i segni straordinari che ha compiuto, tanti sono esaltati e vogliono farLo re. Lui avrebbe potuto accontentarsi di questo: “Mi riconoscono già, che altro posso desiderare?”. Ma Gesù non ci prende in giro. Li guarda con una tenerezza unica: «Non solo di pane vive l’uomo!»[26]. Come a dire: se vi rimanesse solo questo pane, che vi ha soddisfatto la fame, non potreste avere la vita… Il pane che avete ricevuto ieri non è in grado di rispondere alla fame e alla sete del vostro cuore. «Se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il Suo sangue, non avrete in voi la vita»[27]. La vita vita! Una vita che possa chiamarsi vita, una vita che dura.

Davanti a questa sfida, tutti lo abbandonano. Perché se uno non ha capito la natura del problema – della fame e della sete – non potrà neanche capire la portata di quello che Gesù dice. Anche i discepoli si trovano davanti all’alternativa: lasciarLo o rimanere con Lui. E devono decidere. Ma Gesù non risparmia la sfida neanche a loro: «Volete andarvene anche voi?»[28].

Appare, qui, tutta l’esperienza che hanno vissuto: «Signore, da chi andremo? Solo Tu hai parole di vita eterna»[29], parole che riempiono la vita. Che esperienza avevano fatto della Sua persona per poter rispondere come Pietro ha risposto. Perché nella sua esperienza si avvera quel che Gli aveva sentito dire: «Io sono venuto [non per dominare su di voi, ma] perché abbiate la vita e l’abbiate in abbondanza»[30].

Una pienezza di vita è l’unico accesso alla verità. Senza pienezza, le narrazioni hanno gioco facile. Non trovando nessun ostacolo, si prendono tutto il campo e ci influenzano facilmente. Non è questione d’intelligenza, né di volontarismo o performance. Tutto ciò non basta a fermare il loro influsso. È solo la pienezza che libera. Senza, siamo in balìa di tutto.

Solo una pienezza può smascherare qualsiasi narrativa, perché è l’unico antidoto alla gabbia delle narrazioni: la realtà si rende trasparente nell’esperienza. E quando arriva uno “tsunami” – qualsiasi provocazione della realtà che ci sfida con tutta la sua potenza –, lì vediamo persone che si sorprendono libere dalle narrazioni. Non si confondono, perché le narrazioni sono smascherate dall’esperienza di pienezza che Cristo ha permesso loro di vivere. Come ci testimoniano Pietro e Paolo.

Buon Natale a tutti.

 

  • Appunti non rivisti dall’autore

 

[1] F. Dostoevskij, Lettere sulla creatività, Feltrinelli, Milano 1991, p. 89.

[2] A. Gisotti, «A colloquio con Luciano Floridi: “C’è bisogno di etica e amore anche nell’era dell’Intelligenza Artificiale”», L’Osservatore Romano, 25 ottobre 2025.

[3] H. Arendt, Le origini del totalitarismo, Edizioni Comunità, Milano 1996, p. 649.

[4] T.S. Eliot, Cori da “La Rocca”, BUR Rizzoli, Milano 2010, p. 89.

[5] 5 Benedetto XVI, Spe salvi, § 24-25.

[6] 6 L. Giussani, «È venuto il tempo della persona», a cura di L. Cioni, Litterae Communionis CL, n. 1/1977, p. 11.

[7] Ivi, p. 12.

[8] Cfr. A. Savorana, Vita di don Giussani, BUR Rizzoli, Milano 2014, p. 489.

[9] L. Giussani, Il senso religioso, BUR Rizzoli, Milano 2023, p. 139.

[10] Ibidem

[11] L. Giussani, In cammino. 1992-1998, BUR Rizzoli, Milano 2014, p. 311.

[12] 12 L. Giussani, L’autocoscienza del cosmo, BUR Rizzoli, Milano 2000, p. 275.

[13] J.H. Newman, An Essay in aid of A Grammar of Assent, cit., p. 119; trad. it. cit. (qui modificata), pp. 1145-1147.

[14] H.U. von Balthasar, Theologik, Bd. 1: Wahrheit der Welt, Johannes Verlag, Einsiedeln 1985, p. 13; trad. it. di G. Sommavilla, Verità del mondo, vol. 1 di Teologica, Jaca Book, Milano 1989, p. 29.

[15] L. Giussani, L’autocoscienza del cosmo, op. cit, p. 274.

[16] C.S. Lewis, Sorpreso dalla gioia, Jaca Book, Milano 1982, pp. 199-200.

[17] L. Giussani, In cammino…, op. cit., p. 253.

[18] L. Giussani, L’autocoscienza del cosmo, op. cit., p. 164.

[19] L. Giussani, In cammino…, op. cit., p. 254.

[20] L. Giussani, Avvenimento di libertà, Marietti 1820, Genova 2002, p. 190.

[21] 21 Cfr. J. Carrón, L’origine della conoscenza nuova. Appunti da una conversazione con un gruppo di responsabili spagnoli di CL, in Huellas, novembre 2017 (https://www.clonline.org/storage_files/conversazione-carron-madrid.pdf).

[22] L. Giussani-S. Alberto-J. Prades, Generare tracce nella storia del mondo, BUR Milano, 2019, p. 90.

[23] Cfr. Gal 1-2.

[24] Gal 3, 1-5.

[25] Cfr. Gal 5,11. Per approfondire: J. Carrón, «Avvenimento e conoscenza in san Paolo», intervento al Meeting di Rimini, 25 agosto 2009 (https://www.meetingrimini.org/eventi-totale/avvenimento-e-conoscenza-in-san-paolo/).

[26] Mt 4,4.

[27] Gv 6,53.

[28] Gv 6,67.

[29] Gv 6,68.

[30] Gv 10,10.

 


Suggerimenti di lettura: Ci hai cercati mentre non ti cercavamo, e ci hai cercati affinché ti cercassimo

 

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