U2: Dal dolore nasce il canto

Cultura · Isabella García-Ramos Herrera
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6 Marzo 2026
La band irlandese U2 ha pubblicato un nuovo EP intitolato Days of Ash. Queste sei canzoni percorrono i diversi problemi politici e bellici dell'attualità e si levano in mezzo al rumore delle bombe e dei proiettili come un canto di dolore e di speranza.

Una volta ho sentito un amico raccontare che, in un’intervista, a Madre Teresa di Calcutta dissero: “Dio non ha fatto niente per i bambini che muoiono di fame in Africa” e lei rispose al giornalista: “Dio non ha fatto niente per loro? Ma se ha creato lei e me”. Ebbene, davanti a un mondo che sembra sempre più infiammabile — la guerra che non cessa in Ucraina, il conflitto in Medio Oriente, le dittature che flagellano il mondo, le persecuzioni di varia natura, Trump, l’ICE e i suoi bombardamenti — potremmo chiederci: cosa ci ha dato Dio davanti a tanta violenza? E la risposta potrebbe essere: te, caro lettore, me, e la band di Bono.

U2 è sempre stata riconosciuta come un grido di pace davanti ai conflitti del mondo. La famosa canzone «Vértigo» nasce da questo, come molte altre. Così è nato anche il nuovo EP Days of Ash (Giorni di cenere), pubblicato sulle diverse piattaforme musicali il 18 febbraio 2026, mercoledì delle Ceneri nel calendario cristiano. Sei nuove canzoni nel repertorio della band irlandese che sono precisamente questo: un grido contro un mondo attraversato dalla violenza.

«American Obituary», la prima, si ribella all’assassinio di Renee Good, cittadina nordamericana morta per mano dell’ICE in Minnesota. «Tears of Things» racconta la conversazione tra Michelangelo e il suo David, che afferma di non voler partecipare alla violenza nonostante si trovi di fronte a Golia. «Songs of the Future» rende omaggio a Sarina Esmailzadeh, una studentessa iraniana uccisa a bastonate dagli sgherri del regime degli Ayatollah quando uscì a protestare nel 2022. «Wildpeace» è una poesia di Yehuda Amichai, poeta israeliano, letta dall’artista nigeriano Adeola. «One Life at a Time» parla di Awdah Hathaleen, un insegnante palestinese ucciso a Gaza. E infine, «Yours Eternally», con la partecipazione di Ed Sheeran, è un inno di speranza davanti ai quattro anni di guerra in Ucraina.

Sembrerebbe che sei canzoni siano poca cosa davanti al mondo che abbiamo tra le mani. Un mondo in fiamme e sempre più coinvolto in conflitti bellici. Eppure, ogni volta che succede qualcosa di questo tipo, mi ricordo di una professoressa all’università che, quando seppe dell’invasione russa in Ucraina, quando scoppiò la guerra, entrò in aula e ci chiese: che senso ha venire a fare lezione oggi?

Questa domanda dobbiamo farla nostra oggi e ogni giorno. Che senso ha fare quello che facciamo in un mondo che sembra sull’orlo dell’abisso? Che senso ha continuare a sperare nella pace in un mondo sempre più violento? Che senso ha continuare a credere in un mondo migliore contro ogni previsione? Che senso ha continuare a creare quando il mondo è in fiamme?

Ognuno deve rispondere a queste domande come può, davanti a ciò che ha tra le mani. Bono, The Edge, Adam Clayton e Larry Mullen Jr. hanno risposto come farebbe Jesús Montiel nel suo libro Sucederá la flor. Dice Montiel che “il dolore mi ha dato il canto” e per U2 è stato lo stesso. Davanti ai conflitti in Medio Oriente, ricordano nomi e volti concreti. Davanti alla violenza negli USA, parlano di una delle vittime. Davanti alla violenza che sembra giustificata — Davide contro Golia — dicono di non vedere niente di “sacro” nel combattimento. Davanti alla guerra in Ucraina, non solo contattano un cantante ucraino per collaborare con lui (Taras Topolia), ma si lanciano al fronte a riprendere le vite dei soldati, a documentare uomini e donne che non sono nati con l’idea di fare i militari, a lasciare queste immagini in un video musicale ma che sì sono nati con l’amore per la loro terra nel cuore.

Se mi chiedete cosa mi ha dato Dio davanti a tanta violenza, direi che mi ha dato un soldato che canta e suona una chitarra davanti a un falò, circondato dai suoi. Mi ha dato dei militari che celebrano una messa in condizioni poverissime. Mi ha dato un Davide che parla al suo creatore e gli chiede il senso della violenza. Mi ha dato un poeta israeliano e un insegnante palestinese uniti dalla musica. Mi ha dato nomi di donne le cui morti fanno emergere in me tutta la mia esigenza di giustizia. Mi ha dato una band di quattro musicisti che, davanti al dolore, prima del silenzio, hanno scelto il canto.

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