Il bello di una lezione: la libertà di un protagonista

Letteratura italiana, Purgatorio dantesco. Un giorno lavoriamo sul III canto, ci soffermiamo su un passo in cui Virgilio dice a Dante: «state contenti, umana gente, al quia, / ché, se aveste potuto veder tutto, / mestier non era parturir Maria». In seguito alla lettura, si riflette e si commenta: la ragione, nonostante sia sempre spinta oltre, come l’incalzare delle domande di Dante testimonia, non comprende al fondo tutte le verità – ad esempio come sia possibile che le anime, pur essendo prive di corpo, soffrano i tormenti, i caldi e i geli. L’uomo arriva fino ad un certo punto, ma per addentrarsi occorre altro, occorre l’Incarnazione (se aveste potuto veder tutto, / mestier non era parturir Maria). Uno studente alza la mano per dire che tutto questo gli ricorda il rapporto tra fede e ragione espresso da San Tommaso d’Aquino. È titubante nel fare questa affermazione, teme di star prendendo un abbaglio. Invece ha colto un aspetto decisivo.
È vero che nella spiegazione del Purgatorio solitamente si dice fin da subito che la struttura della cantica riprende la filosofia scolastica, è sua figlia e re-interprete. Tuttavia, è veramente un altro respiro quando uno studente, da sé, coglie un nesso, fosse anche già noto e ripetuto, e lo esplicita. Comunque, da allora il rapporto fede-ragione è stato un ritornello nelle nostre lezioni.
Si arriva poi al momento dell’interrogazione. Quando è il turno di quello studente, non resisto alla tentazione di approfondire direttamente con lui la questione da lui stesso posta: gli chiedo di sviluppare il rapporto fede-ragione, facendo riferimento ai passi studiati. Si arriva, ovviamente, a parlare di Beatrice e lo studente afferma che la ragione non può inoltrarsi da sé stessa in alcune verità; Virgilio, rispondendo a Dante, più volte dirà che se vorrà capire la tal questione più in profondità, dovrà parlarne nuovamente con Beatrice: la fede, quindi, non è staccata dalla ragione, ma è una luce che la illumina, la rende più capace, facendole vedere meglio ciò che lei stessa intuisce.
L’interrogazione termina in anticipo, restano 10 minuti. Sono curiosa di sapere quale sia il pensiero di questo studente: mi ha documentato il percorso e la concezione di Dante, ma cosa pensi lui non lo so. Glielo chiedo. Si ferma un attimo, poi comincia: «non sono d’accordo con Dante. Secondo me la ragione può arrivare a sondare ogni cosa. Il problema è che più si inoltra, più scopre che c’è altro. Per esempio, per diverso tempo si è pensato che l’atomo fosse la parte più piccola della materia, poi, studiando l’atomo, si è scoperto che c’è ancora qualcosa di più piccolo, e poi che c’è ancora qualcosa. Ora noi possiamo sapere e capire tutti questi “qualcosa”, ma c’è sempre qualcos’altro da scoprire, non arriva mai a dire “ho capito tutto”».
Comincia un dibattito tra gli interrogati, che dura poco perché il suono ineludibile della campanella interrompe questa discussione. Uscendo dalla classe, mi porto con me quel dialogo: mi piacerebbe che scoprano che questa concezione della ragione non è in opposizione né a quella di Dante e che la fede, ammettere la fede, non cancella questa concezione, ma soprattutto stupisce che ragazzi di 17/18 anni sappiano dire che la ragione è questo strumento indagatore che più si inoltra nelle cose più scopre. È vero che lo insegna la vita, che lo imparano in filosofia e che, essendo studenti di un liceo scientifico, lo vedono nelle discipline di indirizzo, ma che lo esprimano loro è tutta un’altra storia. Mi stupisce, e mi invoglia a lavorare per far sì che questa concezione, da riflessione condivisa a partire da Dante e Tommaso D’Aquino in un’ora di interrogazione, diventi sorpresa e coscienza per la vita. Il come è un’avventura da scoprire.

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